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martedì 4 settembre 2012

Stucchi, per uscire da crisi serve nuovo Governo

Roma, 4 set. "Monti ha subito ringraziato per l'assist fornitogli dal presidente della Bce Mario Draghi, che ha definito "legittimo" l'acquisto dei titoli di Stato a tre anni, ma, comunque vada, niente e nessuno puo' assolvere il presidente del Consiglio dalla sue gravi responsabilita' per il disastro in cui versa l'economia del Paese". E' quanto afferma il vice segretario federale e deputato dellaLega Nord GiacomoStucchi.
"Assodata l'incapacita' del presidente del Consiglio e dei suoi ministri di salvare il Paese dalla crisi economica - incalza l'esponente del Carroccio - c'e' da augurarsi che riesca almeno al presidente della Bce di calmare i mercati finanziari, scongiurando il collasso delle economie dei Paese europei piu' a rischio". "In ogni caso - conclude Stucchi - serve mandare a casa Monti e rimettere la politica, e le sue scelte, al centro della scena. Magari riprendendo quel percorso riformatore, interrotto proprio dal professore, che vedeva nel federalismo fiscale uno dei punti cardine".

giovedì 21 giugno 2012

Lavoro: Dozzo (Lega Nord), da Monti altra umiliazione per Parlamento


Lavoro: Dozzo (Lega Nord), da Monti altra umiliazione per Parlamento

21 Giugno 2012 - 13:01

(ASCA) - Roma, 21 giu - ''La prossima settimana il governo Monti stabilira' un altro record negativo, superando quello della scorsa settimana: quattro fiducie nella stessa giornata e sullo stesso provvedimento. L'ennesima umiliazione per il Parlamento, per le sue prerogative e per la democrazia rappresentativa''. Lo afferma in una nota il presidente dei deputati della Lega Nord, Gianpaolo Dozzo, in riferimento al ddl lavoro che sara' votato alla Camera il 26 giugno.

''Ma - si chiede Dozzo - avra' il coraggio Monti, vista l'insipienza tecnico-politica della ministra Fornero, di venire in Aula durante le votazioni di fiducia e presentare una proposta scritta che risolva la situazione degli esodati?''. E ancora: ''Avra' il coraggio di inserire gli stessi diritti e doveri tra i dipendenti pubblici e quelli privati? Ne dubito''.

''Il Governo voleva fare presto, e' stato accontentato e fara' prestissimo; poteva fare bene ma ha fatto malissimo: una riforma che non piace a nessuno e che si apprestano ad approvare in tutta fretta affinche' Monti possa portare come trofeo in Europa lo scalpo dei lavoratori''.

sabato 28 aprile 2012

Riflessione economica tasse crescita - di Oscar Giannino


La risoluzione con cui Pd, Pd e Terzo Polo hanno accompagnato ieri l’approvazione del Documento Economico-Finanziario del governo è apprezzabile, e insieme è una solenne presa in giro. Così funzionava l’Italia della destra e della sinistra. Allo stesso modo, purtroppo, quella dei tecnici. E una presa in giro è tanto più abominevolmente sanguinosa, quanto più incide una ferita aperta. 

La risoluzione richiama energicamente il governo di emergenza al punto di fondo finora trascurato. L’appello a concentrare tutte le iniziative possibili sulla crescita economica si coniuga infatti con un netto richiamo a significative riduzioni della spesa pubblica attraverso la spending review, riduzioni che vengano sommate al gettito riscosso da evasione fiscale per coprire contestuali abbattimenti della pressione fiscale sull’Italia “legale”, asfissiata da una crescente e vieppiù intollerabile pretesa da parte dello Stato. Trattandosi di una mera risoluzione, però, è come fosse acqua fresca. Non succederà nulla. Quel che è peggio, significa che la politica ha perfettamente chiaro l’errore di fondo della politica di bilancio. Ma si limita a dire a Monti “ora te l’ho detto eh, poi fai tu”.

A questa risoluzione si è verosimilmente giunti per tre ragioni diverse. La prima è che in 5 mesi la maggior delusione del governo Monti è rappresentata proprio dalla mancata indicazione di quei 5-6 punti di Pil di spesa pubblica da taglia e in un triennio – come hanno fatto altri grandi Paesi prima della crisi, come Germania e Svezia – in modo da aprire spazi a parità di equilibrio di bilancio per allentare un pressione fiscale record. Le recenti ammissioni di Piero Giarda, al quale la spending review era stata affidata , che al più ne verrà solo una mera manutenzione della spesa, abbatte ulteriormente fiducia e aspettative su consumi e domanda interna: perché confermerebbe il poco invidiabile primato italiano, quello cioè del Paese europeo che attualmente effettua la sua manovra di rientro basandosi per oltre due terzi solo su più elevate imposte, partendo da una situazione in cui esse sono già molto più alte della media europea.

La seconda ragione è che finalmente i partiti sembrano trovare la forza di indicare una via alternativa, per l’abbattimento del debito pubblico in modo non recessivo: non più attraverso inasprimenti fiscali a spesa invariata, bensì con energiche cessioni dell’attivo pubblico, a cominciare dai 500 miliardi – a valori non di mercato – già censiti nell’attivo patrimoniale del tesoro e liberi da vincoli (nessuno pensi che si tratti del Colosseo, monumenti o parchi, in altre parole). Tale linea è di elementare buon senso: è col patrimonio che si affonta un problema patrimoniale come il debito, mentre il conto economico va tenuto in equilibrio al più basso livello efficiente di spesa e tasse per non ostacolare la crescita. Eppure è anch’essa mancata dalle intenzioni e dalle iniziative del governo Monti. Come per altro anche dalle richieste dei partiti, sin qui.

Infatti, il terzo elemento che spiega la risoluzione di ieri è rappresentato dal fatto che, in realtà, i partiti smentiscono innanzitutto se stessi. Prima dei cinque mesi di governo tecnico, sono stati gli anni precedenti governati da destra e sinistra ad aver sempre inseguito gli aumenti di spesa corrente con più tasse, senza mai cedere asset pubblici per diminuire il debito. Sotto il morso degli spread, gli errori di quella politica ventennale si tramutano in una vera e propria moria di imprese e nell’abbassamento del reddito disponibile delle famiglie. Dipende da questo – e dalla bassa produttività accumulata in 15 anni – la peggior performance dell’economia italiana rispetto ad altri Paesi europei.

Oggi, i sondaggi in calo dei partiti in vista delle amministrative, per la protesta e la sofferenza vivissime espressi da lavoratori dipendenti e artigiani, commercianti e partite Iva oltre che da imprese di ogni tipo, un calo di fiducia che si tocca con mano anche nei consensi a Monti, producono finalmente l’effetto di una prima inversione di marcia. Ma naturalmente ai partiti interessa solo mettere Monti in mora: mica hanno davvero contestato e riscritto dalle fondamenta quel che c’è scritto nel DEF, che è tutt’altro. Una commedia, purtroppo.

Nelle stesse ore, l’enfasi – invero un po’ eccessiva, l’ego professorale continua a montare – con cui Monti, a Bruxelles, rivendicava addirittura di aver “imposto” il tema della crescita nell’agenda europea. Per i gongolii della stampa mainstream antigermanica, viene così assecondata l’idea che la Germania sia sempre più sola nella sua richiesta di rigore, dopo la crisi del governo olandese, la vittoria di Hollande che si profila in Francia, le difficoltà crescenti spagnole e portoghesi. Sarebbe meglio essere realisti: prima che si vedano effetti sulla recessione italiana dell’apertura a più concorrenza e più import della Germania, o di eventuali eurobond per finanziare infrastrutture, passerà lungo tempo.

Invece è il fisco la leva più immediata per determinare conseguenze di rilancio di redditi per lavoro e impresa, consumi e investimenti. Dunque, invece di attendere la crescita che viene dall’Europa, per l’Italia la sua spesa pubblica e le sue entrate monstre sono il problema numero uno da affrontare, se non vogliamo che il reddito delle famiglie in termini reali e a parità di potere d’acquisto arretri alle condizioni di 30 anni fa, da quasi 20 dove è già ridotto oggi.

Da un recente studio Eurostat ieri rielaborato dall’Istituto Bruno Leoni, la conferma che nel 2010 la pressione fiscale italiana era già di 5 punti percentuali superiore alla media comunitaria. Un gap in via di ulteriore peggioramento di un altro punto e mezzo, per le misure assunte nel 2011 da destra e tecnici. Rispetto all’Europea tassiamo meno i consumi e molto di più il lavoro e le imprese. L’Italia ha la seconda aliquota implicita sul reddito d’impresa più alta d’Europa, 9 punti sopra la media. Sul lavoro incide un’imposta del 42,6% che crescerà con la riforma Fornero, contro una media europea del 32,9% che è invece in calo.

Per questo Mario Draghi, due giorni fa, ha lanciato un monito a Monti. Tasse e spesa pubblica devono scendere e di molto, per crescere. Che non si possa fare, o che si tratti ancora di studiare come, sono penose frottole per chiunque segua da anni la finanza pubblica italiana ed europea. A patto di non voler tutelare le vastissime sacche di inefficienza del nostro settore pubblico. La spesa per welfare italiana è meno della metà della spesa pubblica totale, dunque è falso che tagliar spesa significhi tagliare servizi. Soprattutto, l’Europa è piena di buoni esempi da seguire.

Ricordava ieri Tobias Piller, corrispondente della Frankfurter Allgemeine in Italia, l’esempio In Germania dei 3 Laender che tengono da anni il bilancio a deficit zero: la Baviera sotto il centro destra dal 2006, la Sassonia anch’essa di centro destra dal 2006, il Mecklenburg-Vorpommern governato invece dalla sinistra. La Sassonia, con un bilancio intorno a 15 miliardi, spende meno di 4 miliardi per personale e quasi 3 miliardi per investimenti, e il deficit è rimasto zero anche negli anni di crisi. Hanno pressione fiscale di oltre 4 punti inferiore alla nostra, eppure hanno continuato a tagliare spesa, riducendo sedi, uffici, personale.

In Italia, sotto Draghi lo ha fatto la Banca d’Italia. Lo Stato, al contrario di quanto molti dicono, è riuscito a malapena a diminuire il tasso di aumento della spesa, tagliando le Autonomie. Far diminuire la spesa pubblica per meno tasse e più crescita, resta tutto da fare. Prima che sia troppo tardi. Purtroppo, sembra proprio che non avverrà. Chissà se è davvero matura, una forza politica nuova e minoritaria, che si batta per questo obiettivo prioritario, con poche persone credibili per titoli, conoscenza e valori. Ce n’è un sempre più disperato bisogno.

di Oscar Giannino

lunedì 28 novembre 2011

Maroni torna alla carica: "Finita l'alleanza con il Pdl, vedremo caso per caso"


Il Carroccio preferisce non legarsi. L'alleanza con il Pdl sarà valutata caso per caso. Maroni ai leghisti: Questa parentesi durerà un anno, poi torneremo"


"Non è come ha detto ieri Berlusconi, certo si deciderà caso per caso come abbiamo sempre fatto, ma l’alleanza formale con il Pdl è finita con il passaggio della Lega all’opposizione di questo Governo e di questa maggioranza di cui il Pdl fa parte".
L’ex ministro dell'Interno Roberto Maroni torna a suonare la carica dei lumbard lanciando la "fase nuova" della Lega Nord. Una fase che il Carroccio deve ancora costruire: "C’è una pagina bianca su cui cominciamo a scrivere da domenica prossima a Vicenza il futuro della Lega e delle alleanze". Ma l'ex premier Silvio Berlusconi smentisce: "Questa settimana ho un appuntamento con Umberto Bossi".
Sebbene il Cavalier abbia ripetuto che l'alleanza con Umberto Bossi si mantiene salda, Maroni ci tiene a precisare ch quella che si è sviluppata a distanza tra il Pdl e il Carroccio"non è una polemica ma è una presa d’atto di un’alleanza che non c’è più". L’ex titolare del Viminale ha costatato che "con il Pdl siamo su fronti opposti, occorre vedere quello che succederà""Non c’è alcun automatismo, nessun accordo che possa essere salvaguardato rispetto ad alleanze future", ha continuato Maroni definendo "un errore quello del Pdl di aderire a questa maggioranza" mentre, è il ragionamento dell'esponente leghista, si sarebbe dovuti "andare ad elezioni che si sarebbero potute fare in poco tempo". E questo, ha concluso l’ex titolare del Viminale, sopratutto perché "in un momento di difficoltà come questo occorre un grande consenso popolare altrimenti si rischia di andare a sbattere".
"Le difficoltà che il governo Monti ha incontrato e incontra sono evidenti: doveva essere il governo che faceva tutto subito, ma a distanza di tre settimane non ha ancora completato la squadra di governo: mi sembra davvero incredibile", ha continuato l’ex ministro ribattezzando la nuova maggioranza come "la nuova triplice: non è più Cgil-Cisl-Uil ma Pdl-Pd-Udc". In conclusione, Maroni ha lanciato un chiaro segnale: "Continuate a lavorare, tenete duro, questa parentesi dura un anno, un anno e mezzo al massimo, poi torneremo".

lunedì 14 novembre 2011

Maroni lancia la Lega di lotta "L'opposizione è un balsamo"


L'ex titolare del Viminale conforma la volontà dei lumbard di non appoggiare il governo Monti: "Andare all’opposizione è un balsamo: allontana tentazioni ed inciuci"
"Andare all’opposizione è un balsamo: allontana tentazioni ed inciuci". Il ministro dell’Interno uscente, Roberto Maroni, si appresta a scrivere quella che lui stesso chiama una pagina bianca.
Il leghista Roberto Maroni
Il leg







Adesso che rispetto al Pdl sono state fatte scelte opposte, i lumbard si apprestano a contrstare il futuro governo Monti dai banchi dell'opposizione. Senza negare le "tensioni" interne alla Lega e ormai superate, in una intervista a Sky Tg24, l'esponente del Carroccio ribadisce il "no" al governo tecnico.
A Maria Latella che gli chiede se ha in mente di diventare capogruppo del Carroccio a Montecitorio al posto del "cerchista" Marco Reguzzoni, l'ex titolare del Viminale ha subito replicato con una battuta: "Io capogruppo? Mi ha dato una buona idea: vedremo". Quel che è certo è che anche la Lega naviga a vista. Prima vuole vedere l'organigramma del nuovo esecutivo, poi scandagliare il programma che Monti porterà alle Camere. Ad ogni modo Maroni non ha escluso, tuttavia, che si possa arrivare presto alle elezioni. D’altronde, ha fatto sapere, "la politica che viene commissariata da un governo tecnico deve tornare a svolgere suo ruolo, altrimenti non è democrazia". "Se come l’Europa chiede si cancelleranno addirittura le pensioni di anzianità voglio vedere come il Pd reagirà - ha continuato l'ex ministro leghista - o se verrà messa una superpatrimoniale voglio vedere se reggerà il Pdl".
Dopo la consegna delle dimissioni, Maroni ha sentito l'ex premier Silvio Berlusconi. "L’ho trovato provato, stanco demoralizzato ma è sempre gran combattente - ha spiegato il leghista - credo che si stia per chiudere un’epoca". Poi ha ricordato: "L’accordo Lega-centrodestra in 17 anni ha avuto momenti esaltanti: credo che si stia per chiudere una fase. C’è la prospettiva di continuare su nuove basi ma adesso si apre una pagina bianca, si gira pagina e si deve cominiciare a scrivere. Almeno a Roma il Pdl è in maggioranza e la Lega è all’opposizione. Non possiamo fare vinta che ciò non sia avvenuto". Maroni ci ha tenuto a sottolineare una nota di rammarico per quanto accaduto ieri sera: "E' stato un brutto spettacolo, vedere gente che offende, che sputa, che lancia di tutto. Non solo nei confronti di Berlusconi ma di una persona. Forse non sanno che la loro maggioranza politica avrà anche Berlusconi".

giovedì 15 settembre 2011

Salvini a Radio Lombardia: "Berlusconi ha esaurito il suo mandato"



Matteo Salvini in diretta negli studi di "Pane al Pane" su Radio Lombardia e Milanow, parlando di manovra, ha avuto  modo di  esprimere  una forte opinione sullo stato  attuale  del governo  nazionale e del  Premier  Silvio Berlusconi:  "Berlusconi  ha esaurito il suo mandato,  ha  esaurito la voglia, la  possibilità e la forza.  Non vedo come possa più cambiare il Paese. 
Noi come Lega Nord stiamo cercando di limitare i danni, ad esempio sulla manovra bloccando le pensioni di anzianità, però penso che la strada della Lega ritornerà a passare da Nord. Ci abbiamo provato con la destra, con la sinistra, con la secessione, col federalismo, con la devolution, ma penso che nel futuro della Lega ci sarà una corsa solitaria".

lunedì 12 settembre 2011

Tosi: «Berlusconi si faccia da parte»


Il sindaco leghista: «Lasci il prima possibile. Si è concluso un ciclo».






















Flavio Tosi  continua lo smarcamento dall'attuale governo Pdl Lega, chiedendo niente meno che le dimissioni di Silvio Berlusconi. In un'intervista  al Corriere della Sera il sindaco di Verona  ha spiegato: «Un ciclo è concluso. La cosa migliore sarebbe che Berlusconi decidesse di farsi da parte. Ma non nel 2013: il prima possibile». 
Per Tosi  le colpe del premier sono da ricercare «in una gestione della finanziaria pittosto ondivaga», nel «referendum» e nelle «elezioni di Milano..». 

«Le elezioni adesso», ha spiegato Tosi, «sarebbero una cosa da pazzi». Il leghista boccia anche l'ipotesi di un governo tecnico: «I governi degli unti del signore che volano tre metri sopra il cielo e ci spiegano come si governa senza averlo mai fatto, non mi hanno mai convinto».

SERVE UNA SVOLTA NELLA MAGGIORANZA. «Ci vorrebbe», ha affermato quindi, «una svolta dentro la stessa maggioranza». Un passo indietro del Cavaliere, inoltre, «potrebbe portare alla maggioranza nuovi consensi». Per Tosi poi è probabile una nuova manovra «perché questa prevede poche misure strutturali. Senza misure che taglino la spesa» ha aggiunto, «copri semplicemente il buco». «Una cosa è certa»,  ha concluso, «non si può tirare a vivacchiare per un anno e mezzo».