Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post

lunedì 8 ottobre 2012

Lo Stato aiuta la Sicilia ma abbandona i terremotati dell’Emilia

di Riccardo Ghezzi

Una regione produce buona parte del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano grazie all’imprenditoria privata, un’altra sforna una quantità inverosimile di posti di lavoro nell’amministrazione pubblica in base alla dispendiosa logica dei voti di scambio. E ancora: la prima garantisce un congruo gettito alle casse statali in virtù di una riconosciuta fedeltà fiscale, la seconda contribuisce a far lievitare la spesa pubblica a causa dei troppi esborsi del governo centrale per evitarne il default.
La delicata questione nord-sud richiede una certa sensibilità, al fine di evitare laceranti divisioni e un surreale clima da barricate nel trattare l’argomento. Talvolta, però, si ripropone con violenza a causa di assurde sperequazioni nel gestire situazioni di difficoltà più o meno contingenti.
Le due regioni in questione sono Emilia Romagna e Sicilia. La prima è stata dilaniata da un terremoto, una catastrofe naturale indipendente dalla volontà di chi amministra la regione e di chi crea occupazione; la seconda è squassata da anni di cattiva amministrazione, spesa pubblica folle, sprechi e connivenze tra politica locale e criminalità organizzata che l’hanno ridotta sull’orlo del fallimento.
Inutile dire quale delle due regioni meriti maggiormente di essere aiutata, e nel farlo rispediamo al mittente eventuali beote accuse di “nordismo” o peggio “razzismo”.
L’Emilia Romagna è tra le quaranta euro-regioni con il più alto PIL pro capite, ed in tutta Italia ne sono rimaste solo tre: le altre due sono Lombardia e provincia autonoma di Bolzano. Inoltre, è la seconda regione d’Italia nella classifica della fedeltà fiscale, preceduta dalla sola Lombardia, eppure si trova al terzultimo posto in quella della quantità di trasferimenti dallo Stato centrale agli enti locali. Insomma, dare tanto per ricevere in cambio le briciole.
Uno squilibrio evidente, ancor più in un momento di difficoltà come l’attuale: i devastanti terremoti che hanno colpito in primis la zona del modenese hanno messo in ginocchio l’economia regionale. Circa 4.000 aziende sono state costrette a chiudere dopo il sisma del 29 maggio, 80.000 lavoratori sono finiti in cassa integrazione, 40.000 in mobilità e circa 12.000 persone tra tutti i settori hanno perso il lavoro. Per non parlare del crollo del Pil: -2,5% il trend previsto a settembre da Unioncamere-Prometeia, a fronte del -2,4% nazionale. Per la prima volta, il Pil dell’Emilia Romagna avrà una performance inferiore a quella, pur deficitaria, nazionale. La produzione industriale della regione è calata del 3,6% nel secondo trimestre di questo 2012 rispetto allo stesso periodo del 2011, il fatturato è sceso del 3,7% e gli ordini del 4,2%.
Un dramma evidente, che il governo Monti ha pensato di arginare con un palliativo: la sospensione degli obblighi tributari. Peccato che tutti i cittadini e le imprese riceveranno un bel regalo di Natale: dovranno pagare tutte le imposte sospese fino al 30 novembre in un’unica soluzione entro il 16 dicembre, ossia propria alla vigilia delle vacanze natalizie. Le imprese che hanno subito danni indiretti, ossia semplicemente calo del fatturato e della clientela ma nessun danno dagli eventi sismici, non godranno di alcun aiuto; le imprese danneggiate direttamente dovranno invece recarsi in qualche istituto bancario per chiedere prestiti e finanziamenti.
Questo è il destino dell’Emilia Romagna che lavora, produce, paga le tasse.
Altra storia invece in Sicilia, regione che ricattando il governo con la scusa delle prossime immediate e delicate elezioni locali è riuscita ad ottenere dal ministro dell’Economia Vittorio Grilli una deroga al patto di stabilità: in soldoni, il permesso di poter effettuare spese per ulteriori 600 milioni di euro e impegni per 300 milioni di euro entro il 31 dicembre. Questo dopo che la regione siciliana ha dilapidato circa 30 miliardi di euro nel solo 2012, compresi appalti irregolari, stipendiopoli, sprechi e costi esorbitanti dell’Assemblea regionale, tanto da essere bacchettata persino da un’Ue che ha deciso di bloccare 600 milioni di finanziamenti previsti per luglio per “vizi e irregolarità” riscontrati, chiedendone indietro altri 150. Vale la pena ricordare che dall’Europa sono arrivati in Sicilia 6 miliardi e mezzo di euro nei soli sei anni compresi tra il 2007 e il 2012, soldi che la regione è riuscita a spendere solo in minima parte per gli investimenti previsti.
E ancora: all’articolo 37 del decreto sviluppo del governo Monti sono state riesumate le cosiddette “zone franche urbane”, vere e proprie “no tax area” del Sud Italia, in cui le piccole imprese potranno usufruire di esenzioni dal pagamento delle imposte. Saranno dodici le aree interessate: Mondragone, Napoli e Torre Annunziata in Campania; Rossano, Crotone e Lamezia in Calabria; Erice, Catania e Gela in Sicilia; Lecce, Taranto e Andria in Puglia.
E l’Emilia Romagna terremotata? Nemmeno per sogno, a Natale riprenderà a pagare le tasse. E verserà in un’unica soluzione le imposte che erano state sospese.

giovedì 15 settembre 2011

PARASSITI: LA SICILIA DETIENE IL RECORD DI SPRECHI!! COMMISSARIAMOLA!!!!


Parassiti La Sicilia detiene il record di sprechi: commissariamo l'amministrazione dell'isola
Libero-news.it
B
isognerebbe prendere la Sicilia, commissariarla all’istante e cambiare la Costituzione per normalizzare la sua amministrazione parassita: altro che il ricorso presentato da un gruppo di consiglieri siciliani (capofila il sindaco di Messina, vedi articolo) che mirano a mantenere il doppio stipendio alla faccia di una sentenza della Consulta e soprattutto alla faccia nostra, che non possiamo neppure linciarli: in luglio l’assemblea siciliana si è assicurata contro il «rischio insurrezione» («tumulti e aggressioni», polizza estesa ai familiari) e hanno fatto bene, visti gli incredibili privilegi di cui godono: dai pranzi a 9 euro al «contributo sepoltura» di 5mila euro in caso di morte (tutto vero) e questo da parte di una classe dirigente che costa 496.400 euro annui a consigliere (più dei parlamentari di Montecitorio) quando i consiglieri sono 90 perché rifiutano di ridurli. Aggiungi 20mila dipendenti strapagati (1,7 miliardi annui, quasi come tutte le altre regioni messe insieme) che vanno in pensione prima degli altri e che costano 349 euro annui a cittadino, quasi venti volte il costo di un dipendente lombardo. Dimenticavamo il record nazionale di consulenze e auto blu. Dimenticavamo i 1428 dirigenti che secondo la Corte dei Conti sono in sovrannumero rispetto alla legge. Dimenticavamo ogni volta, il problema è questo.
Dalla casta siciliana a quella dei due rami del Parlamento. Gianluigi Paragone spiega che "l'esecutivo ha annunciato la sforbiciata delle poltrone, ma finché i provvedimenti non diventano realtà c'è ragione di dubitarne". Inoltre, lo spettacolo desolante di Palazzo Madama animato dalla pochezza di undici senatori (gli onorevoli hanno provato a giustificarsi: "Era una seduta di poco conto...") dimostra soltanto una cosa: poiché i parlamentari non lavorano tanto vale dimezzarli. Leggi il commento di Paragone.


lunedì 12 settembre 2011

Le regioni del SUD ci costano il doppio rispetto al NORD


Le Regioni del Sud ci costano doppio rispetto al Nord
Libero-news.it
Noi sborsiamo un miliardo per mantenere i consiglieri della Sicilia, con metà popolazione pesa il doppio della Lombardia 239 mld l'anno.


Un miliardo di euro all’anno per mantenere i consiglieri regionali e i loro cari. E più della metà va a Sud, nelle regioni dove c’è il 34,5% della popolazione italiana ma si è conquistato il 52,5% della spesa nazionale per i consiglieri regionali e addirittura il 52,7% della spesa nazionale per consigli, giunte regionali e personale assunto negli assessorati. Quelle stesse Regioni che sembrano destinate a crescere a dismisura ereditando prossimamente gran parte delle competenze delle province, hanno organici gonfiati a dismisura e spese pazze per la casta che ormai fanno impallidire quelle di deputati e senatori. Un miliardo di euro nel 2011 per mantenere i consiglieri regionali. 

Poco meno di 7 miliardi di euro per mantenere anche giunte e apparati pubblici. Circa 239 miliardi di euro di spesa che si aggiungono alla già folle spesa pubblica italiana. Con cifre così fa quasi sorridere la gran cagnara che i governatori di mezza Italia hanno sollevato quando il governo centrale in finanziaria ha tagliato i trasferimenti agli enti locali. Sei miliardi in tutto, ma compresi i comuni e pure con proventi extra della Robin tax. Somme ridicole rispetto a quel fiume di denaro che attraversa i bilanci delle Regioni: percentualmente lo sforzo richiesto è assai minore del contributo di solidarietà sui redditi alti. I numeri pubblicati nella tabella qui in pagina sono tratti dai bilanci di Regioni e consigli regionali per il 2011, prima quindi dell’ultima sforbiciata. E fanno ben capire come sarebbe un gioco da ragazzi tagliare lì i costi della politica. 

BUDGET FARAONICI
Il Sud soffre di sindrome faraonica: 174 milioni di euro per fare funzionare palazzo dei Normanni in Sicilia: è un consiglio regionale, ma si è dato lo status di un parlamentino con tutti i vizi del caso. Spende il doppio della Lombardia, che avrebbe il doppio degli abitanti. Ma se alla assemblea regionale si unisce anche la giunta di Raffaele Lombardo e il personale lì assunto a carovane, la spesa della Sicilia solo per i servizi della casta è il quadruplo di quella della Lombardia. Anche la Campania non  scherza. spende il doppio del Veneto solo per il consiglio, che diventa però più del triplo se si mettono insieme giunta regionale e personale assunto anche lì con una generosità che non ha eguali. 

La radiografia della spesa regionale è impietosa con il Mezzogiorno di Italia. I governatori del Sud passano le giornate a fare convegni sul mancato sviluppo delle loro terre. Accade ormai da decenni. Quando però c’è da dividersi la torta, allo sviluppo preferiscono la vita della casta come al tempo dei Borboni. Preferiscono pagarsi e rimborsarsi da vicerè, farcire le strutture pubbliche di personale che non serve e che prima o poi andrà licenziato che aiutare davvero le loro popolazioni a crescere. Sembrano terre governate da una classe politica indietro di decenni sulla storia. Perché Sud e Isole fanno man bassa di tutti i capitoli di spesa per la casta e le clientele, ma quando poi c’è da fare investimenti, interessa meno. Spendono infatti 91,5 miliardi sui 239 complessivi: il 38,32%, che non è poco visto che in quelle regioni risiede il 34,5% della popolazione italiana. Ma la differenza è notevole. 

CASTA NON CASTA 
Per la casta ad esempio le regioni del Nord Est, dove risiede il 19,20% della popolazione, spendono il 12,46% della torta. Quelle del Nord Ovest dove abita il 26,80% degli italiani, spendono solo il 18,15% del totale. Quelle del centro hanno una sola eccezione: il Lazio. Ma la Toscana è morigerata e compensa: lì risiede il 19,71% della popolazione e per la casta si spende meno del dovuto: il 16,89% del totale.


di Franco Bechis