martedì 29 marzo 2011

D'ALEMA L'AFRICANO SFIDA L'ITALIA INTERA: VOGLIO 30 MILIONI DI STRANIERI

Per la verità, noi qualche sospetto lo avevamo sempre avuto. Guardatelo: capelli neri, ora avviati a diventare bianchi, occhi neri, baffetti, carnagione non propriamente svedese. Sembra un nordafricano, che non è un insulto: constatazione di indiscutibili tratti somatici. Adesso, per sua stessa ammissione, ne abbiamo la conferma: Massimo D’Alema è un immigrato. Viene dalla Tunisia o forse dalla Libia. Non sappiamo di preciso. Potrebbe anche essere algerino. Comunque, chi pensava ad un’origine sovietica, sbagliava: Africa del Nord. Un giorno di tanti anni fa, un suo antenato salì a bordo di una barca, che però non era un comune barcone di disperati. Date le passioni e le tradizioni, doveva essere un’elegante imbarcazione a vela di nome Ikarus comprata in cambio di sette tappeti, tre cammelli e un Veltroni d’epoca. Allora i leasing si facevano così. Oggi Veltroni non lo vuole più nessuno. I D’Alema sbarcarono a Lampedusa, e non finirono in un centro di accoglienza. Risalirono la Penisola, si iscrissero al Pci e fecero carriera. Il resto lo conoscete: Massimo divenne presidente del Consiglio (quello italiano, non tunisino) e oggi è presidente del Copasir. E ieri ha voluto svelare le sue origini: «Sono un immigrato di trentesima generazione». In attesa dell’espulsione, ecco la cronaca della confessione.
Sultano Max ha parlato alla prima Conferenza nazionale del Pd sull’immigrazione. Era vestito all’occidentale, ma non lasciatevi ingannare: il cuore, come sempre, era tutto sull’altra sponda del Mediterraneo, tra i connazionali. Ha detto che alla solidarietà non deve essere posto alcun limite. Tutti gli immigrati che arrivano da noi - ha spiegato - devono essere considerati rifugiati. Non bisogna andare «a vedere da dove vengono. Bisogna accoglierli temporaneamente, poi magari negoziare con gli altri Paesi per un rientro assistito». Sbarcate e noi vi spalancheremo coste e centri di ospitalità. Oggi, e anche domani, perché il nostro futuro è l’Africa. Dice il Sultano, e noi non gli crediamo: «Nei prossimi 15 anni, se l’Europa vorrà mantenere un livello demografico ragionevole e avere un decente sviluppo economico, avrà bisogno di almeno altri trenta milioni di immigrati». Dobbiamo presumere, visti i ragionamenti di D’Alema e la posizione geografica dell’Italia, che i trenta milioni sbarcheranno tutti a Lampedusa con il beneplacito del Pd. Poi, magari, gli altri Paesi, dopo aver opportunamente negoziato, se ne prenderanno due o tre mila. Non siamo certi se ai restanti ventinove e passa milioni penserà direttamente D’Alema o un suo incaricato. Ma non ha importanza. Alì Baffin è convinto. Convinto che il governo Berlusconi abbia sbagliato («la Francia sa quel che vuole, noi no»). Convintissimo che l’intervento militare in Libia abbia già prodotto effetti positivi («l’offensiva di Gheddafi contro il suo popolo è stata fermata»). Ultraconvinto che ciò che sta avvenendo a Lampedusa sia sempre colpa del governo («se li avessimo accolti decentemente, non si sarebbero neanche visti»).
D’Alema, si sa, è uomo dalle grandi e forti convinzioni, anche quando commette grandi errori e anche quando pensa di trasformare Roma e Milano in una succursale di Tunisi e Tripoli. Ma voi non dovete avercela con lui. Alì parla col cuore. Comprendetelo: anche se l’Ikarus non è un barcone, le origini sono quelle.
Ha spiegato D’Alema: «Non esiste il ceppo etnico del popolo italiano. Siamo una mescolanza di razze che si è venuta formando nel corso dei secoli. Basta andare in giro per vedere diverse fisionomie e riconoscere i tratti originari dei nostri concittadini». Loro, per esempio, i D’Alema, non hanno nulla a che fare con normanni e longobardi: «Se noi dovessimo dividerci sulla base del ceppo etnico, io dovrei mettermi con Alim Maruan. Non ci vuole molto a capire che ci sarà voluto qualche secolo prima che il figlio di Alim diventasse D’Alema». La qual cosa, ripetiamo, di per sé non è un male né un bene. È solo l’origine, e può aiutarci a capire certi innamoramenti. Questione di fratellanza. Ne prendiamo atto e giriamo la domanda a voi: ma ad Alim Maruan D’Alema, noi italiani, dobbiamo dare il permesso di soggiorno o rispedirlo a casa?

Allo studio «respingimenti di massa»

Il piano alternativo se non si fermano gli sbarchi. Individuati 13 siti per gli immigrati.

(Ansa)
(Ansa)
ROMA - Le aree per l'allestimento dei centri provvisori dove trasferire i migranti sono state individuate in tutta Italia. Sono tredici «siti» messi a disposizione dal ministero della Difesa e gestiti direttamente dal Viminale. Ma soltanto domani, al termine del Consiglio dei ministri, si saprà se davvero ospiteranno i tunisini portati via da Lampedusa. Perché il piano alternativo del governo prevede il respingimento di massa e dunque - se fino a domani non ci sarà un blocco degli sbarchi - la nave San Marco e quelle della flotta Grimaldi potrebbero fare direttamente rotta su Tunisi.


Sono numerosi i dettagli che si stanno mettendo a punto in queste ore, anche per superare le numerose difficoltà giuridiche soprattutto per quanto riguarda il diritto internazionale. E per evitare - questo è il rischio più temuto - che gli stranieri si rifiutino di lasciare l'isola. Il piano studiato con il prefetto Giuseppe Caruso, commissario straordinario per l'emergenza immigrazione, prevede che gli stranieri approdati sull'isola siciliana senza permesso vengano portati altrove. Tra le città individuate oltre a Taranto, ci sono Caltanissetta, Pisa e Potenza. Ma la linea che il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha già illustrato al presidente del Consiglio e agli altri esponenti di governo prevede un'azione di forza se le autorità di Tunisi decidessero di non dare seguito all'impegno preso venerdì scorso di intensificare i controlli sulle proprie coste per fermare le partenze.

«Procederemo con i rimpatri forzosi», ha affermato due giorni fa il titolare del Viminale. E poi ha predisposto questo piano alternativo partendo dal presupposto che i migranti si trovano ancora in una zona di frontiera dove sono sottoposti alle procedure di identificazione e dunque possono essere «respinti». Un avvertimento alla Tunisia, ma anche una sfida nei confronti dell'Unione Europea che non ha fornito alcuna risposta agli appelli dell'Italia. Un'iniziativa che - come avvenne per i respingimenti concordati con la Libia - rischia di provocare nuove e durissime polemiche a livello internazionale. Anche perché si tratterebbe di una decisione presa senza l'assenso del Paese d'origine.
Il primo ostacolo da affrontare riguarda la guida delle navi, perché si tratta di mezzi civili e dunque è difficile che si possa obbligarli non soltanto a entrare in acque internazionali, ma soprattutto a sconfinare in quelle tunisine. E poi bisogna stabilire a chi spetti il compito di effettuare le scorte.
Non meno complicato da risolvere è il problema dell'ordine pubblico che vedrà impegnati la polizia, i carabinieri e la Guardia di Finanza già chiamati a tenere sotto controllo la situazione di Lampedusa.
Il potenziamento dei contingenti è già stato predisposto in vista dello «sfollamento» e riguarderà anche i servizi di vigilanza nei Cie temporanei perché, a differenza dei profughi, gli extracomunitari irregolari non sono liberi di muoversi ma possono essere trattenuti fino a diciotto mesi. Una situazione pesante che già provoca la reazione allarmata dei sindacati di polizia.

È Nicola Tanzi, segretario del Sap, a mettere in guardia sulla «necessità urgente di concordare una efficace strategia e mettere in campo una linea di comando chiara. E poi bisogna incrementare il numero di personale in servizio, oltre ai mezzi, perché con le forze a disposizione non siamo in grado di controllare nel miglior modo possibile gli immigrati e di impedire fughe, tenendo anche conto che la maggior parte di loro è costituita da uomini e giovani, pochissime donne».

Preoccupazione forte per le conseguenze che questa emergenza può avere viene espressa anche da Claudio Giardullo, segretario del Silp Cgil che parla di «piano alternativo irrealizzabile perché la condizione necessaria a rimpatriare un clandestino è l'accertamento della sua identità e dunque del Paese d'origine. Il rimpatrio forzoso rappresenta una torsione delle norme e degli indirizzi internazionali che rischia di far degenerare la situazione creando più problemi che soluzioni e che espone in maniera forte anche le forze dell'ordine chiamate a gestire la crisi».

lunedì 28 marzo 2011

IMMIGRATI; MARONI, TUNISIA BLOCCHI O RIMPATRIO

(AGI) - Roma, 28 mar. - Roberto Maroni da' due giorni di tempo alla Tunisia per attivare i controlli concordati nel corso della sua missione a Tunisi la settimana scorsa. Altrimenti il governo, ha avvertito, procedera' con "rimpatri forzosi". "Il punto lo faremo mercoledi' in Consiglio dei ministri", ha spiegato il titolare del Viminale.
Intanto sono attualmente 5.496 gli immigrati presenti a Lampedusa, 1.200 dei quali nel centro di accoglienza di contrada Imbriacola, 200 nella ex base Loran, 550 in strutture messe a disposizione dalla Chiesa e il resto, circa 3.500, si trova nella stazione marittima. A questi vanno aggiunti i 250 stranieri ancora bloccati a Linosa.Alcuni consiglieri comunali di centrodestra si sono incatenati al porto di Lampedusa per protestare contro la situazione determinata dalla presenza di migliaia di tunisini sull'isola. Alla protesta partecipano anche molti isolani. Tra i timori, quelli legati all'arrivo degli ispettori sanitari inviati dal ministero della Salute e dalla Regione. Ma vi sono almeno due i barconi partiti dalla Libia dai quali in queste ore e' stato lanciato l's.o.s.
attraverso telefoni satellitari e dei quali finora non e' stata trovata traccia. La conferma viene da Laura Boldrini, portavoce dell'Unhcr. Sul fronte piu' squisitamente politico vi e' da registrare lo scontro Maroni-Lombardo: "Il grido di dolore di Lampedusa e' il grido di tutta la Sicilia, che pretende rispetto ed efficienza per se', oltre che per i migranti poveri disperati che devono essere assistiti in modo civile", ha detto il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo.
Immediata la replica di Maroni che respinge le critiche al governo: "Lombardo e' andato a Lampedusa a fare una sceneggiata", ha replicato il ministro dell'Interno. Maroni ha ricordato che e' stata chiesta alla Regione Sicilia "una serie di interventi, ma stiamo ancora aspettando", ha sostenuto. "Quando l'emergenza sara' finita", ha aggiunto, "potremo dire chi ha fatto e chi ha solo chiacchierato". Da segnalare un intervento del cardinale Angelo Scola, che riassume cosi' la posizione della Chiesa: "Un conto e' l'impeto di accoglienza, che dev'essere immediata verso chi si trova in una situazione di difficolta' cosi' pesante. Un conto e' la politica che deve essere ordinata ed organica anche in un caso di grave emergenza come questo. Il problema - spiega l'alto prelato - e' assumersi tutti una corresponsabilita', tutta l'Europa e' chiamata a giocarsi in questa situazione".
Sull'accoglienza dei rifugiati politici e' intervenuto il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno: "Il prefetto mi ha garantito che, per quanto il Lazio fara' la sua parte, nell'area metropolitana di Roma, non ci saranno nuovi insediamenti".