lunedì 23 luglio 2012

Fuga degli imprenditori dall'Italia verso Balcani e Nordafrica.

Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia, Egitto e Tunisia: sono tra le mete preferite degli imprenditori italiani, specie quelli del Mezzogiorno ma anche del Nord Est, che stanno portando via dall'Italia pezzi rilevanti della produzione industriale e dell'economia italiana. Fisco più favorevole e costo del lavoro nettamente più contenuto sono le due ragioni principali che spingono le imprese del nostro Paese a fuggire verso queste mete. E' questo il fenomeno anticipato da uno studio di Unimpresa in via di pubblicazione, cominciato qualche anno fa e che ha subito un'improvvisa  accelerazione a causa della crisi finanziaria e della recessione. Secondo la ricerca, molti imprenditori, nel pieno della bufera internazionale, si sono trovati a un bivio: chiudere o continuare la loro attività fuori dei confini nazionali, dove un contesto economico assai diverso favorisce l'insediamento di nuovi impianti industriali. Sgravi fiscali e incentivi di varia natura attraggono sempre di più le aziende tricolore. Una vera e propria emigrazione che ha preso il via con alcuni grandi gruppi industriali e adesso sta interessando anche realtà nel settore delle piccole e medie imprese. A forte rischio c'è l'attività di trasformazione agricola e l'industria conserviera. Col risultato che sulle nostre tavole arrivano prodotti made in Italy, lavorati nei Balcani e nel Nord Africa. «Una situazione che ci preoccupa enormemente» dice il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. "Come diciamo da tempo - aggiunge - il nostro Paese ha bisogno di misure ad hoc,. La nostra ricetta è nota: fisco, burocrazia, infrastrutture e giustizia civile sono ambiti nei quali, dentro i nostri confini, c'è molto da fare prima di rimettersi a parlare concretamente di creare nuovi  nuovi posti di lavoro e mettere in moto il mercato dell'occupazione».


MOLTENI (LEGA), ORA VOGLIAMO LA GRANDE PROVINCIA DELL ’INSUBRIA


“Il taglio scellerato delle provincie operato dal governo Monti cancella le provincie virtuose di Como, Varese, Sondrio, Monza e Brianza. Se l’obiettivo è quello di ridisegnare l’assetto amministrativo dei territori, questa soppressione potrebbe diventare l’occasione  per costituire la grande provincia dell’Insubria e per aprire un dialogo immediato con il Canton Ticino. Ci sono tutte le condizioni per rivendicare l’autonomia da Roma e la costituzione di questa provincia è un’importante sfida a cui lavoreremo da subito”.
Lo dichiara il deputato della Lega Nord, Nicola Molteni.
“Tra questi territori esiste già una contiguità economica, culturale , e di tradizioni socio-economiche tali da rendere concreta la costituzione di un unico soggetto virtuoso rappresentativo di più di due milioni di abitanti, capace di dare voce e attenzione  a un territorio costituito da migliaia di piccole e medie imprese simbolo dell’eccellenza produttiva del Nord”.

Megaconcerti e starlette tv, gli sprechi di Reggio Calabria


Il presidente della Calabria ed ex sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti
La festa è finita. Reggio Calabria non si diverte più: 87 milioni di buco accertati nel biennio 2008-2010, addirittura 170 tra il 2006 e il 2010, lo spettro dello scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. E adesso anche il rinvio a giudizio per il governatore della Calabria ed ex sindaco della città dello Stretto, Giuseppe Scopelliti. L’accusa? Abuso d’ufficio e falso in atto pubblico per avere truccato i bilanci del Comune e finanziato il “modello Reggio”: un tourbillon di notti bianche, megaconcerti, starlette della scuderia di Lele Mora a passeggio sul corso Garibaldi, viaggi da e per la Spagna, consulenze a gogò e finanziamenti a pioggia.
Su quel modello la città si è ubriacata per anni e Scopelliti ha costruito le sue fortune elettorali. Al secondo mandato ha sbaragliato il candidato dell’opposizione con il 70 percento dei consensi. Così ha preparato il suo trampolino di lancio per arrivare allo scranno più alto della giunta regionale.
Adesso che la festa è finita resta il conto da pagare ed è salatissimo. Lo raccontano i giornalisti Giuseppe Baldessarro e Gianluca Ursini in un bel libro, Il caso Fallara. Storia del “modello Reggio e del suo tragico epilogo (Città del Sole). I due cronisti partono da un episodio drammatico che è l’emblema dell’intera vicenda reggina: lo strano suicidio di Orsola Fallara, donna di fiducia di Scopelliti e dirigente dell’Ufficio finanze e tributi del Comune. Quando la donna decide di togliersi la vita, nel dicembre 2010, la pressione su di lei è altissima: è accusata dall’opposizione di essersi liquidata somme da capogiro per alcune attività svolte per conto del Comune. La dirigente prima si difende come una leonessa, poi al culmine dello scandalo annuncia le dimissioni in un’infuocata conferenza stampa. La sera, inaspettatamente, si reca in auto al porto e ingerisce dell’acido muriatico. Morirà in ospedale, dopo due giorni di agonia.
È il caso Fallara di cui parla il libro: non si tratta solo di una vicenda di cronaca perché l’alta dirigente era una donna potente che per anni ha tenuto in mano i cordoni della borsa comunale. Attorno a lei, sostengono oggi i magistrati, ruotava tutto il sistema di ricche consulenze, bilanci truccati e artifici contabili, messo in atto per sostenere le spese folli volute dall’amministrazione comunale in quegli anni. Tra queste il mega-concerto di Elton John in memoria dello stilista reggino Gianni Versace, tenuto allo stadio “Granillo” il 9 giugno 2004. Uno show, rivelatosi poi un flop, costato alle casse comunali 360mila euro più spese accessorie come la concessione dello stadio, la pulizia e l’illuminazione dell’impianto. O l’acquisto dell’Italcitrus, il rudere di una ex fabbrica per la lavorazione degli agrumi, acquistato per 2 milioni e mezzo di euro per farne, in accordo con la Rai, un centro televisivo dal roboante nome di “Scuola di comunicazione del Mediterraneo”. Peccato che sull’immobile comprato in fretta e furia gravassero un’ipoteca, un pignoramento, una pratica di condono edilizio. E pure l’amianto, di cui la struttura è piena. Soldi pubblici gettati alle ortiche.
Reggio in quegli anni è una sorta di bancomat. Per “la città del divertimento” non si bada a spese: per la sola estate 2008 quasi un milione di euro vanno all’emittente radiofonica Rtl, che monopolizza l’Arena dello Stretto sul lungomare. Per non parlare dei concerti dei Duran Duran e di altri eventi, grandi e piccoli, per un totale di due milioni e mezzo di euro. Qualcuno conia lo slogan “credere, obbedire, ballare” mutuando il celebre motto fascista che Scopelliti conosce bene, essendo cresciuto tra le fila dell’Msi.
Tra i grandi eventi del 2008 c’è una mostra su Maria Callas, che ai contribuenti reggini costa 330mila euro. Solo sei anni prima la stessa esposizione di gioielli e abiti di scena della Diva era stata proposta in città, in uno spazio meno nobile di Villa Zerbi, al costo di 15mila euro. Dagli sprechi alla gestione privata della cosa pubblica il passo è breve. Affidare incarichi professionali a parenti e amici senza alcun criterio di selezione, liquidare somme ingenti per lavori mai svolti è prassi comune. Il caso più eclatante è quello dell’ingegnere Bruno Labate, ex compagno della Fallara, al quale – secondo una perizia della Procura - vengono accreditati 842mila euro per progetti mai realizzati. Scoperto dagli inquirenti, Labate è sotto processo per peculato e truffa aggravata: sta restituendo a rate le somme ricevute e ha chiesto il patteggiamento. 
La gestione allegra delle casse comunali si è trasformata in uno tsunami che, oltre a tre revisori dei conti, rischia di travolgere il governatore Scopelliti. Rinviati a giudizio, i quattro dovranno presentarsi davanti ai giudici del Tribunale di Reggio Calabria il prossimo 7 novembre. L’ex sindaco, oggi presidente della giunta regionale, si difende scaricando ogni responsabilità sulla Fallara e su altri suoi sottoposti. Afferma di non sapere cosa contenevano quegli atti che per anni ha firmato a iosa, confidando nell’onestà e professionalità dei dirigenti da lui nominati. Sarà ora la magistratura, nel processo che si celebrerà in autunno, a decidere se Scopelliti sapesse o meno come funzionava il tanto decantato “modello Reggio”.


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